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Secondo l'Enciclopedia bresciana la chiesa parrocchiale fu riedificata sul finire del XVI secolo, dopo la visita pastorale del vescovo Bollani. San Carlo, nella sua visita del 1580, comandò che venisse aggiunta una navata alle due già edificate. La chiesa assunse così la struttura a tre navate che ancora la caratterizza.

Agli inizi del secolo XX l'edificio fu allungato di un paio di campate. 

Dal punto di vista architettonico risponde alle caratteristiche di chiese tardo rinascimentali e un orientamento circa il progettista può essere rinvenuto comparando la chiesa con altre progettate dai Comino o comunque con quelle di altri architetti in ambito bresciano.

 

La facciata, pur essendo stata riedificata agli inizi del "900, risponde nell'impianto a modelli barocchi: è suddivisa su due registri di lesene a capitello corinzio, da un cornicione marcapiano aggettante e spezzato. 

Il frontone è ottusangolo mentre il frontalino, con semplice impostazione architravata, è in muratura.

All'interno è ripartito in tre campane caratterizzate dal susseguirsi di colonne monolitiche tuscaniche, legate da spezzoni di trabeazione. Sopra di esse si impostano archi a pieno centro. Le navatelle laterali hanno copertura a crociera, mentre quella centrale è coperta a botte, segnata da profonde unghiature. 

In corrispondenza agli unghioni si aprono le grandi finestre rettangolari che illuminano gli affreschi e le decorazioni eseguiti, dopo il 1906, da Giuliano Volpi e da Giuseppe Trainini.

Il piccolo presbiterio è a pianta quadra ed è coperto da un'artistica cupola a calotta. L'abside ha pianta poligonale ed è conclusa da un catino.

Il campanile, dalla svettante guglia piramidale, fu sopraelevato nel 1920, come testifica la lapide murata su una delle pareti.

Oltre all'altare della celebrazione, nella chiesa sono collocati altro cinque altari: l'altare Maggiore, l'altare del S.S. Sacramento, quello della Madonna del Rosario, l'altare di Vito, Modesto e Crescenzia e quello di San Antonio di Padova.

 

le stazioni della via crucis

 

Nella notte tra il 24 e il 25 gennaio 1997, sono stati trafugati da ignoti, con ogni probabilità su commissione, sette quadri della Via Crucis.

Erano le opere d'arte che gli abitanti ritenevano in assoluto le più preziose in possesso della Comunità Bassanese. Non sono state più ritrovate. Forse disturbati, i ladri non hanno fatto in tempo a portare via l'intera collezione, sono rimasti sette quadri, che ora si trovano presso il Museo d'Arte Diocesano. Quelli appesi al posto degli autentici sono copie.

 

Ogni quadro ha forma ovale (63 X 78) ed eseguito con la tecnica olio su tela. Risalgono al secolo XVIII e sono ritenute opera della scuola tiepolesca.

L'ultimo restauro risale al 1947. Di esso sono rimaste le fotografie in bianco e nero. Riportiamo quella della morte in croce e dell'incontro con la madre.

 
Gli affreschi della chiesa, dipinti dopo la ristrutturazione della Chiesa del 1906, sono opere di Volpi-Trainini. Quelli sotto la navata centrale sono quattro: i primi tre rappresentano le virtù teologali (Fede, Speranza e Carità), il quarto ricorda il Ven. Alessandro Luzzago, promotore al tempo di San Carlo della costruzione della Chiesa di Bassano bresciano.

Il paliotto dell'altare della Madonna del Rosario è interessante artisticamente. La lavorazione a commesso è di qualità per il sapiente uso delle policromie dei marmi che delineano un ornato armonioso nei toni e preciso nella resa naturalistica. La presenza dell'ornamentazione a grappoli induce a ritenere che questo fosse l'antico altare del Sacramento.

Il paliotto dell'altare di San Vito è lavorato a commessi, l'esecuzione è buona anche se il gioco decorativo segue modi simmetrici e ripetitivi, e la resa degli stessi, pur essendo di qualità, non ha la grazia ed il verismo di altre opere eseguite con la medesima tecnica.

Anche l'altare di Sant'Antonio di Padova è abbellito da un paliotto lavorato a commesso. Il modulo decorativo propone volute d'acanto disposte secondo modi simmetrici e speculari rispetto all'ovato centrale raffigurante il santo.

Sopra le colonne della navata centrale ci sono i medaglioni degli apostoli, sono dieci, il numero si completa negli affreschi della cupola che copre il presbiterio, dove sono raffigurati gli evangelisti, due dei quali sono apostoli (Matteo e Giovanni).

Sotto il cupolone è affrescato un Cristo risorto e trionfatore, mentre sopra la pala dell'altare maggiore ci sta un delicato affresco della natività.

 

L'Ultima Cena di Pietro da Marone

Dopo la via crucis, il dipinto artisticamente migliore, è l'Ultima Cena di Pietro da Marone. L'opera è firmata e reca la data 1593. Dopo il furto di alcuni quadri della Via Crucis, anche del dipinto del Marone è esposta in Chiesa solo la copia. La tela è stata dipinta coma pala dell'Altare del Santissimo, da lì poi rimossa, non si sa quando né da chi, per ricavare la nicchia della statua del sacro Cuore. Per lungo tempo è rimasta arrotolata, in soffitta, senza che nessuno sapesse di cosa si trattasse, fu riportata alla luce casualmente nel 1952. Riportiamo sotto il racconto di uno dei protagonisti del ritrovamento.

 

 

Come Bassano scoprì di avere un’opera d’arte,

Le civette, considerate allora uccelli malauguranti, furono le protagoniste del recupero di un'opera pittorica di notevole pregio artistico. Era scomparso, prima del secondo conflitto mondiale, "Il Moro" vecchio caccino di casa Quadri, che imitava a meraviglia il lugubre, lamentoso verso delle civette con l’ocarina con la stessa disinvoltura che Papetti suona il saxofono. La cattura delle civette da castigare sul trespolo per la caccia alle allodole, allora abbondanti nelle nostre campagne e nella stagione del passo, era diventata problematica. Spendere quattrini per acquistarne una a Brescia non era alla portata delle nostre tasche.

Non c'era altra soluzione che quella di ottenere il permesso di accedere al solaio soprastante la sacrestia della chiesa parrocchiale dal nostro ex curato Don Luigi Quinzanini per rimediare alla necessità. Da curato della nostra parrocchia, egli era stato, nel 1942, nominato arciprete. È cosi che verso il 1947 ottenemmo quell'agognato permesso che il suo predecessore, Don Orazio Barezzani, ci aveva sempre negato con categorica fermezza.

Il primo anno, per 1'euforia delle tre catture, passarono inosservati quei due rotoli di tela appoggiati nell'angolo di uno dei tre vani che sovrastano ancora oggi, anche se riattati, la Sacrestia della nostra chiesa principale.

Altrettanto il secondo anno, ma il terzo, che se la memoria non mi tradisce era il 1949, l’operazione civetta andò buca, ed è proprio allora che decidemmo di srotolare, per curiosità, le due tele onde verificarne il contenuto. La prima, alquanto deteriorata dal tempo e dall'incuria, non ci sembrò nulla di eccezionale, anche perché era difficile cogliere il significato delle immagini. La seconda invece destò il nostro stupore nell’ammirare “L’Ultima cena”, danneggiata si, ma ritenuta da me a da mio cugino Gino recuperabile con un’azione appropriata di restauro. L’impianto e lo stile pittorico richiamava l’impronta dell'Ultima cena conservata a Brescia nella Chiesa di S. Giovanni Evangelista, opera sublime di Alessandro Bonvicino detto MORETTO da BRESCIA. Dall'esame delle due tele non era difficile capire, dalla forma corrispondente alle due nicchie dei due altari delle prime navate di faccia a destra e a sinistra della navata dell' altare maggiore, che queste erano state, in epoca più o meno lontana, asportate per far posto alla statua del Sacro Cuore e della Madonna. Comunicammo l’avvenimento al nostro Parroco che fece portare dal sacrestano le due tele nella Sacrestia. Furono meta di visitatori del paese, e di prelati dei Comuni vicini. Non erano pochi quelli che attribuivano l’opera addirittura al Moretto. Interpretazione storicamente accettabile, perché Moretto da Brescia era vissuto dal 1498 al 1554, che coincideva con l’inizio dei lavori della costruzione dell'attuale chiesa parrocchiale, approssimativamente iniziati nel 1500. Le due tele erano, quindi, da ritenersi un dono alla nuova Chiesa di due delle quattro famiglie patrizie, protagoniste delle vicende storiche della nostra comunità: i Martinengo, i Luzzago, i Brunelli ed i Galanti.

Dopo alcuni mesi di incertezze e di riflessioni Don Luigi Quinzanini, consigliato da qualche esperto e dal desiderio di non pochi bassanesi, decise di portare le due tele a Brescia per sottoporle al parere di esperti del settore artistico. Caricammo le due tele sulla mia 500 Fiat, nota come Topolino balestra lunga, e ci avviammo a Brescia presso "La Queriniana".

Passarono alcuni mesi di studi e di ricerche; finalmente l’agognato responso dei periti. Senza incertezze, la tela dell'Ultima cena venne qualificata opera della Scuola del Moretto da Brescia e attribuita al Marone. Eravamo quindi al cospetto di un'opera d'arte sacra di non trascurabile valore artistico, per cui il restauro non era procrastinabile. Ma la preoccupazione del nostro Parroco, ora, era il preventivo di spesa del restauro che si aggirava sul milione di lire.

Cifra abbastanza alta all'epoca, se la si confrontava al prezzo della nuova Topolino 500 Fiat del valore di £ 750.000 e a quella di una 1.100 Fiat a listino per 1.200.000 lire, senza opzional.

Tuttavia la generosità dei bassanesi, sempre encomiabile e sensibile alle opere parrocchiali, nonostante la crisi del dopoguerra, ma alla vigilia del cosiddetto "miracolo economico italiano", azzerò le preoccupazioni finanziarie del nostro Don Luigi. Così si dette il via all'operazione di restauro che richiese poco meno di due anni di lavoro.

È così che verso il 1952 la preziosa tela firmata dal Marone (la firma non era rilevabile con chiarezza prima del restauro; la M ben visibile contribuì ad alimentare la speranza che l’autore fosse il più celebre pittore bresciano) poteva ritornare a fare bella mostra di sé, appesa alla parete a fianco dell'altare del Sacro Cuore, da dove molti anni prima venne rimossa. Collocazione appropriata, perché in armonia con la ricerca concretata da Don Luigi Quinzanini, al quale va riconosciuto il merito di un'operazione, insieme ad altre notevoli iniziative, di notevole importanza storica che puntualizzarono uno dei tanti aspetti della devozione e della fede dei cittadini bassanesi nel processo evolutivo della nostra crescita religiosa e culturale.

Mario Quadri


Altri dipinti sono il San Michele Arcangelo che sconfigge il demonio, pala dell'altare Maggiore, copia del San Michele di Guido Reni, opera del Carton, sec. XIX/XX, Sant'Antonio di Padova, di autore ignoto Olio su tela, secolo XVII


 
 

San Rocco di Stefano Lamberti

Pochissime sono le statue nella nostra chiesa. Il pezzo, l'unico, più bello è un San Rocco, opera lignea di Stefano Lamberti del secolo XVI. Essa è stata donata alla chiesa di Bassano nel 1513 dal nob. Benvenuto Brunelli. In quel tempo era vescovo di Brescia il veneto Paolo Zane (1481-1531), mentre non è dato sapere il nome del parroco.

Scrive di lui il pronipote Girolamo Brunelli, prevosto dei padri della Pace: "... argomentando ancora della di lui pietà, si è assunto che si prendeva cura di accrescere alle chiese e cappelle dedicate al Signore ed ai suoi santi il decoro et honore che a queste si deve. Onde anche nella villa di Bassano, dove egli possedeva i suoi beni, fece alcuuni miglioramenti ... ed anco al giorno d'oggi ritrovasi la statua di S. Rocco, che rimasta reliquia di quelle antichità si vede nella nicchia della cappella del Corpus Domini nella medesima chiesa di Bassano, il quale fu fatto l'anno di nostra salute 1513, come scorgo pagamento dell'opera fatto dallo stesso Benvenuto e recepita dell'Intagliatore..."

L' "Intagliatore" era Stefano Lamberti del quale si conosce la quietanza, data 1514, per il pagamento della statua che il nob. Benvenuto brunelli gli commissionò l'anno precedente.

altre statue

La Madonna del Rosario. Ubicata nella nicchia dell'altare del Rosario, è in legno policromo, opera del XX secolo. Misura in altezza cm 150. Restaurata e ridipinta qualche decennio fa dalla ditta Poisa.

La statua del Sacro Cuore, dell'Addolorata, di San Luigi, ecc. in gesso.

 

 
   

La chiesetta del Giubileo

I Bassanesi più giovani si sono accorti di questa chiesetta solo per avervi visitato il presepio. Quelli già maturi si ricordano di essa come chiesa di riserva in occasione dei grandi interventi nella parrocchiale, che ne rendevano impossibile l’utilizzo (pavimentazione, riaffrescatura, ecc.), o come luogo in cui ci si riuniva per il catechismo. Le figure di quei catechisti sono nella memoria storica del paese (che se qualcuno non racconta finirà per sparire).

Da tempo era ormai destinata a deposito di cose che non si sapeva dove nascondere. “Un vero peccato… forse si tratta di una chiesa più antica della stessa parrocchiale!” argomentavano alcuni più che altro sull’onda del desiderio.

La realtà è più modesta. All’interno non vi sono affreschi, il tetto è in travi di legno ormai troppo deteriorato, l’altare è in mattoni e calce, niente marmo, niente quadri, niente statue, niente colonne, niente capitelli.

Solo il pavimento, in cotto, parecchio sconnesso, conserva botole coperte da una pietra tombale sulla quale sono incisi i nomi di antiche famiglie (quello più leggibile è “Carleschi”) e che coprono ossa di morti.

Con ogni probabilità, stando al parere di don Panteghini, che esaminò il luogo in occasione della visita pastorale di mons. Foresti, nel 1995, si tratta del portico che segnava il confine a valle dell’antico cimitero che occupava il sagrato della Parrocchiale e si estendeva anche al lato meridionale (dall’altro lato passa la strada).

Quando, per legge, si proibì la sepoltura dei morti nei luoghi abitati e si prescrisse la costruzione di cimiteri fuori dal paese, il portico, chiuso il lato aperto con una parete, divenne una chiesetta, proprio per questo troppo lunga rispetto alla larghezza.

Quindi è l’unico monumento, visibile al presente, testimone di quanti vissero, credendo negli stessi nostri valori cristiani, in forza dei quali passarono a miglior vita non da disperati. Delle loro ceneri ancora fa memoria l’esistenza di questa chiesetta. Essa rappresenta una soglia, prima di essa il passato, la radice, dopo di essa il futuro e il Regno, sulla soglia noi, il presente in cammino. È, a suo modo, la porta simbolica di un giubileo.

Non abbiamo basiliche patriarcali, come a Roma, non conserviamo monumenti grandiosi che con la loro imponenza ricordino un passato glorioso, anche noi però siamo comunità, chi ci ha preceduto ha gettato le fondamenta di un edificio di cui siamo pietre vive, anche se spesso inconsapevoli.

Chi ci ha preceduto fa parte della nostra storia, anche se non ha trovato ancora chi si sia presa la cura di scriverla. Chissà che un piccola chiesa, segno modesto di un passato il cui sangue scorre nelle nostre vene, non possa contribuire a spingere una comunità a riappropriarsi delle proprie radici!

Nel Grande Giubileo del 2000, la chiesetta, rimessa a nuovo, è il segno di una piccola comunità che forte del suo passato, vuole varcare la soglia e camminare spedita verso un futuro di pace.

Il 3 dicembre 2000, prima domenica di Avvento, don Paolo Barchi, portando il Santissimo dalla Parrocchiale nella Chiesetta, ha inaugurato ufficialmente quest’ultima.

È giunta a termine così la ristrutturazione iniziata nel 1999 e volta al recupero di un luogo-simbolo della fede che accomuna la nostra alle precedenti generazioni. La Chiesetta rimarrà a perenne ricordo del Grande Giubileo.